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Paolo Loschi: artista / English version
Dall’arte non c’è scampo.

Paolo Loschi, nato a Treviso nel 1966,è da sempre artista, per vocazione: riflettendo sulla sua storia, emerge con evidenza come per lui l’arte sia davvero un destino ineluttabile, dal quale, anche se lo volesse, non ha proprio via di scampo.
Nei nostri cinici giorni, in cui tanto spesso l’attività artistica viene asetticamente pianificata, coincidendo con obiettivi di business e piani di marketing, una personalità come quella di Loschi si distingue per quell’aura di autentica malia legata nel nostro immaginario alle figure degli ultimi grandi artisti d’avanguardia, non inquadrabili in schemi, bensì ognuno connotato da una sua particolare carica trasgressiva.
L’avvio della storia personale di Loschi ci conferma da subito questa ipotesi, visto che l’artista trevigiano, appartenendo all’arte per istinto e destino, e non per scelta razionale e programmata, non ha seguito studi artistici nel settore grafico-pittorico, nel quale è autodidatta, bensì in quello musicale. Un’esperienza che senz’altro ha contribuito a determinare l’impronta sinestetica della sua creatività. In questa sua sinestesia si fondono suoni, odori che divengono memoria – come quello, assurto a feticcio, dell’olio di lino dei suoi primi infantili esperimenti pittorici -,e una concezione del colore sia visiva, sia tattile e materica.
Una passione a tutto tondo, quella loschiana per il colore, considerato sotto l’aspetto filosofico, fisico-percettivo, tecnico, ma in prima istanza poetico. Loschi ha avuto la sua Tunisia in Andalusia. Ci riferiamo qui all’identificazione totale con il colore vissuta per la prima volta da Klee a Kairuan (Tunisi), da cui la storica affermazione “ Il colore è in me. Non ho bisogno di cercare di afferrarlo: so che mi possiede per sempre, lo so. Ecco il senso di questo momento felice: il colore e io siamo tutt’uno. Sono pittore.”
La stessa folgorazione ha colto Loschi durante i suoi soggiorni iberici: a Siviglia, dove, proprio come il maestro svizzero, vede una realtà trasfigurata dalla magica qualità della luce; a Lisbona, dove è l’autore di uno straordinario rinvenimento: un baule colmo di blu, letteralmente parlando (ovvero di una serie innumere di bustine contenenti pigmento blu).
Un episodio che sembra uscito dalla penna di Gabriel Garcia Marquez… quale, per un artista, più intensa metafora poetica, o segno di predestinazione, epifania siglante una svolta definitiva nella vita?

Tappe di un percorso in divenire.

Paolo Loschi espone continuativamente da quindici anni, ed ha al suo attivo numerose mostre personali e collettive tenutesi in Italia e all’estero.
I momenti più salienti della sua produzione corrispondono ai cicli pittorici “Pinocchio in noi”, con cui ha esordito nel trevigiano; i “Retrattili”, concepiti in Andalusia; “Angel de Tierra”; l’altra importante serie “spagnola”, i “Drappi”, tele di grandi dimensioni, dedicati, come anche “La vida es sueno”, al Sigismondo di Calderon de la Barca, suo probabile alter ego poetico; il ciclo più recente, “B-bones – ossa di ricambio”, è insieme traguardo concettuale e manifesto di un nuovo stile dall’impatto visivo più chiaro e sintetico.

Il marchio del Blu.

Nell’arte di Loschi fluiscono echi riconducibili a vari movimenti o a singoli artisti; volendo rintracciarne alcuni, possiamo citare l’espressionismo nordico di Cobra, il vasto ambito dell’informale, l’Osvaldo Licini delle Amalasunte, il graffitismo di Jean Michel Basquiat, e, non ultimi, la proliferazione fantastica di Klee, con i suoi innesti tra regno vegetale ed animale, i significanti picassiani, la grafica surrealista, le “macchine celibi” e l’ironia duchampiane; ma la cifra di Loschi, la sua interpretazione, sono così personali da consentire di ritrovare, di tutto ciò, solo reminiscenze ed evocazioni.
D’altronde, nell’interrotto fluire di linguaggi dell’arte contemporanea, flusso potenziato a dismisura dalle nuove tecnologie comunicative, certo non valgono più le vecchie suddivisioni tra gli “stili” dell’arte; così Loschi, rifuggendo ad una tassonomia ormai obsoleta, è tendenzialmente un espressionista ma anche un artista concettuale, e molto altro ancora.

Dal punto di vista della messa in forma, il dato più evidente e ricorrente nell’opera loschiana è la scelta di sdoppiare il segno dal colore, rendendoli entità distinte e autonome che a volte si incontrano in modo effimero, si fissano in un’immagine probabilmente poi destinata a ridissolversi: memorie dell’invenzione picassiana nella fase del cubismo sintetico sono filtrate a influenzare l’opera sia degli artisti del XX° secolo, sia di quelli del XXI°.
Segno graffiante e incisivo, saturo d’ironia, che nei cicli pittorici e anche nei disegni antecedenti a “B-bones” diveniva spesso groviglio e traccia multidirezionale, per poi pervenire invece, in quest’ultima serie, a una maggiore sintesi e ponderatezza, senza nulla perdere del suo innato sarcasmo.
La raffinatezza della linea, in cui Loschi trasfonde la sua sofisticata abilità di disegnatore, non limita in alcun modo l’impeto espressionistico del gesto (parliamo di serie come “Angel de Tierra”, visto che “B-bones” va considerato a parte), e soprattutto la seduzione di una materia cromatica ora accesa e corposa, fortemente contrastata, ora più tonale, ricca di nuances e velature in compenetrazione.
La dialettica linea-colore ha dato luogo, lungo il percorso artistico di Loschi, a una serie potenzialmente infinita di variazioni,in cui il di-segno è libero ghirigoro che crea brani di graffitismo metropolitano in negativo, alla Basquiat, o propone contrasti tra primari, per esempio linea blu/sagome rosse e gialle sottostanti.
Scorrendo in sequenza i “frames” delle opere di Loschi, notiamo come siano popolate da una galleria di “presenze”, nelle cui intrigante perversione l’artista si riflette come Narciso. Presenze epifaniche, sospese in un limbo squisitamente mentale.
In “Angel de Tierra” tali apparizioni emanano l’aura oscura, luciferina, di un “Angelos Satanas”, la figura dell’angelo ribelle identificata da Gershom Scholem nei suoi studi sulla Kabbala, portando con sé,come messaggio, non “…ciò che si è desiderato” (come recita l’ambigua didascalia del piccolo quadro di Klee appartenuto a Walter Benjamin, il suo “Angelus Novus”), bensì tutta la lacerante inquietudine del contemporaneo.
Tra i temi ricorrenti nell’arte di Loschi, uno fondamentale è senz’altro la metamorfosi, protagonista concettuale e visiva della serie “B-bones”. Ma l’emblematico personaggio di Pinocchio, altro alias di Paolo, non è forse anch’esso protagonista di una vicenda di metamorfosi, di cambiamento senza ritorno?
Il personaggio di Pinocchio è una perfetta metafora del ruolo dell’artista nella società, condotto a mutarsi, attraverso un percorso iniziatico di rocambolesche peripezie, da ribelle “diverso” a personcina per bene rientrante infine negli schemi conformistici di una vita ordinaria e convenzionale, benedetta dai Poteri Autorizzati. Cioè tutto ciò a cui l’arte di Loschi offre da sempre un’alternativa. Per nostra fortuna.

Ossa di ricambio.

Nella produzione di Paolo Loschi l'esposizione ”What happens in the tower” (Torre Civica di Mestre), nella quale ha presentato il suo ciclo pittorico “B-bones – Ossa di ricambio”, assume un’indubbia posizione di rilievo, in quanto testimoniante la consapevole maturità a cui sta pervenendo l’artista.
Le tele di “B-bones” sono da intendersi come una serie di “lastre”, di radiografie di una fisiologia dell’anima, in cui l’artista adotta, anche stilisticamente, una tipologia di mutamento per mostrare appunto i “frames” di un mutamento interiore netto, risoluto, un nuovo stato da cui non si torna indietro.
Saggio di filosofia visiva sulla condizione umana, riflessione metalinguistica, “B-bones” s’impernia sull’invenzione metaforica delle “ossa di ricambio”: nati con ossa di tipo “A”, ce le troviamo sostituite, dopo un’intenzionale e radicale scelta di cambiamento, da ossa di tipo “B”, non nel senso di ossa di seconda scelta, ma metaforiche di una fase successiva della vita.
Loschi, con procedimento kleeiano, vuol rendere visibile l’invisibile, e qui rende visibile l’interiore impalcatura che regge il nostro mutamento: la durezza della scelta si fa “cosa” organica suscettibile a prossime trasformazioni, incastri, fratture, concrezioni calcaree, stratificazioni.
Dovendo rappresentare tale dura “cosità”, un processo di solidificazione in progress, l’assetto compositivo della “lastra” è compatto, corposo, in una palese ricerca di equilibri tra le masse, nei forti contrasti tra sagome nere, rosse e campiture giallo-arancio dalla stesura quasi piatta.
Con il motivo ricorrente di un azzurro cielo/canna da zucchero in tonalità molto pure, “B-bones” è basato su un equilibrato contrasto di primari, di colori caldi e freddi, in particolare l’accostamento tra rosso e blu; considerato da Itten e Kandinsky il più spirituale dei contrasti, viene qui utilizzato anche su un piano semantico: rosso, la deflagrazione del cambiamento in atto; blu, la fase meditativa che lentamente subentra all’evento.
Si ravvisano inoltre simboli e figure ascrivibili al repertorio del mito classico, come le foglie dell’olivo e dell’alloro e le piante di giglio, non solo simbolo di purezza, nell’accezione cristiana, ma fiori dell’Ade, e perciò connessi al più irrevocabile dei cambiamenti di stato, la morte.
Qua e là la linea si sofferma analiticamente sui dettagli di questo trattato surreal-anatomico, configurando poetici principi di metamorfosi ( lo scheletro che assume ramificazioni fitomorfiche, il bacino assimilato ad un guscio di conchiglia); quella metamorfosi che attraversa, incessante, il mondo creato da Paolo Loschi.